Machikoba no Techo 1° ottobre 2026
Machikoba no Techo

Con una bottiglia di sakè in mano, a lezione di matematica del liceo.
■ Calamaro maori e budouika
Ed eccoci a ottobre.
L’autunno è la stagione del calamaro maori (Aori).
Nei mari che vanno dal Genkai-nada alla costa del San’in, la pesca notturna al calamaro spillo (Kensaki) volge al termine, e da qui a novembre si passa alla stagione in cui si insegue il calamaro che da queste parti chiamiamo budouika.
Le stagioni tornano ogni anno allo stesso modo, ma il mare è diverso ogni anno.
Quello che fino a ieri abboccava bene, oggi non abbocca.
Il metodo che fino a ieri era giusto, oggi non funziona più.
Forse questo non vale solo per la pesca, ma anche per il mondo della produzione.
Vi ringraziamo di cuore per il vostro continuo sostegno.
Questo mese, lasciatemi raccontare una storia di tanto tempo fa, sul «cambiamento» e sull’«imparare».
È la storia del compianto Genzo Kanagawa, fondatore di KeyStone e mio padre.
Visse di pari passo con il cammino del Giappone del dopoguerra, un uomo di sapere enciclopedico.
■ Nato nell’anno in cui finì la guerra
Mio padre nacque nell’anno in cui finì la guerra. Il 1° ottobre è il suo compleanno.
Come per tanta gente di allora, non erano affatto tempi di abbondanza; mi è stato raccontato che prima di tutto bisognava riuscire a mangiare.
Anche da ragazzo, alla fine lasciò il liceo e dovette mettersi a lavorare.
In seguito, per una serie di circostanze, andò a lavorare in un’azienda che produceva attrezzatura da pesca.
Lì mio padre si trovò di fronte a questa domanda:
«Come si può produrre in modo più preciso e più efficiente?»
Era questo il problema.
Poi, verso i trent’anni, mio padre bussò alla porta di una scuola privata di ripetizioni a Takeo.
In una mano, una grande bottiglia di sakè.
«Soldi non ne ho, quindi mi insegni in cambio di questa.»
Ciò che andò a imparare era la matematica del liceo.
■ Perché, da adulto, proprio la matematica?
Un uomo che aveva dovuto lasciare il liceo a metà, più di dieci anni dopo andò di sua iniziativa a reimparare la matematica del liceo.
Non che volesse andare all’università, né sostenere un esame.
Gli serviva per il lavoro.
A quel tempo arrivavano molte richieste di piombi per pescatori, come i piombi per il trave e i piombi a sasso, e pare che anche gli stampi si facessero in gran parte affidandosi all’esperienza e all’intuito degli artigiani.
Ma così gli stampi andavano corretti più e più volte.
Ricavare il volume dalla forma.
Pensare le dimensioni a partire dal peso necessario.
Pensare a come trattare le curve.
Se si vuole aumentare la produttività, la matematica diventa inevitabile.
Per questo mio padre andò a imparare la matematica del liceo.
Cominciando dal calcolo differenziale e integrale, pare che abbia studiato da zero la matematica che gli serviva per il lavoro.
L’insegnante della scuola gli disse:
«Lei è il mio primo allievo adulto.»
Così mi è stato raccontato.
■ La matematica pagata con una bottiglia di sakè
Quell’insegnante si era laureato all’Università di Tokyo e, mi raccontò mio padre, durante la guerra aveva partecipato anche alla progettazione di navi.
Pare fosse un insegnante molto severo.
Ai bambini che ripetevano lo stesso errore toccava un colpetto in testa con il timbro personale, a quanto si dice.
A mio padre, che era adulto, questo fu risparmiato, ma l’insegnamento in sé era a quanto pare molto esigente.
Io in quella scuola non ci sono andato.
Ripensandoci oggi, provo una strana sensazione, a metà tra il sollievo e il rimpianto di non esserci andato. (ride)
Anche in seguito, sulla scrivania di mio padre restò un prontuario di formule matematiche.
Lo scopo non era studiare la matematica in sé,
ma imparare ciò che serve per fare ciò che serve.
Per mio padre, credo, la matematica era davvero uno «strumento».
■ Dalla matematica al computer
Verso la fine dell’era Showa, arrivò l’epoca del computer.
Mio padre ci si buttò senza esitare.
Con un PC-9801 scriveva in N88-BASIC programmi per gestire forme tridimensionali, e poi passò a CAD, CAM e macchine utensili NC.
Per la gestione della produzione usava i database; per automatizzare la fabbrica realizzava controlli sequenziali a relè.
Stampaggio di resine, stampaggio a iniezione, verniciatura, lavorazione del filo, elettroerosione, automazione con robot.
I suoi interessi si allargavano da una cosa all’altra.
Anche ripensandoci oggi, era un uomo un po’ fuori dal comune.
Forse perché doveva pensare all’automazione e al controllo delle macchine, mio padre capiva bene anche i discorsi di ingegneria del controllo, come le equazioni differenziali e la trasformata di Laplace.
Un momento parlava degli indici nelle istruzioni SQL, e subito dopo aveva in mano un egi di tipo Goto, un «nuri egi» verniciato alla vecchia maniera, e lo stava dipingendo.
Un uomo che fino a un attimo prima guardava lo schermo del computer, l’istante dopo alzava controluce una superficie verniciata e
«Guarda se qui la vernice trasparente ha preso.»
diceva.
La tecnologia nuova e il lavoro artigiano di sempre, credo, per mio padre non erano cose separate.
Tutto quanto
«Come si può fare una cosa migliore?»
riconduceva lì.
■ Gli strumenti cambiano, ma
Ai tempi di mio padre c’erano i prontuari di formule.
Alla nostra generazione sono arrivati Mathematica e MATLAB.
E oggi ci sono Claude e ChatGPT.
Ciò che un tempo richiedeva di consultare parecchi libri, l’IA lo spiega in pochi secondi.
Scrive anche i programmi.
Fa anche i calcoli.
Viviamo in un’epoca comoda fino a fare paura.
Eppure c’è una cosa che non è cambiata.
Che cosa vogliamo sapere?
Che cosa vogliamo costruire?
La risposta che esce è davvero corretta?
E come la useremo sul campo?
A pensarci, alla fine, sono ancora le persone.
Per quanto l’IA diventi intelligente, non significa che non ci sia più bisogno di imparare.
Anzi, proprio perché gli strumenti sono diventati così potenti, a chi li usa forse si chiede più che mai di sapere «che cosa chiedere».
Se mio padre fosse ancora vivo, che cosa farebbe?
Probabilmente passerebbe la giornata a smanettare con Claude o ChatGPT, dicendo
«Guarda, sa fare anche questo»
e si metterebbe di nuovo a costruire qualche strana macchina, credo.
Era un uomo che, verso i trent’anni, bussò alla porta di una scuola con una bottiglia di sakè in mano.
Più del fatto di non essersi diplomato,
il fatto di essere tornato a imparare quando ne ebbe bisogno.
È lì che riconosco mio padre.
La tecnologia invecchia.
Le macchine cambiano.
I prontuari sono diventati software, e il software sta diventando IA.
Eppure,
se non sai, impara.
Se non ci riesci, insisti finché non ci riesci.
Questo atteggiamento, almeno, non invecchierà per quanto cambino i tempi.
È proprio da adulti che imparare ha un senso.
Ogni volta che ripenso alla storia della bottiglia di sakè, penso questo.
Anche questo mese, grazie per il vostro sostegno.
Ottobre 2026
KeyStone Corporation
Nobuhide Kanagawa, Presidente
Numeri arretrati
- 1° ottobre 2026 (questa pagina) — Con una bottiglia di sakè in mano, a lezione di matematica del liceo.
- 11 settembre 2026 — Lavorare fino al micron, e lasciare alla fine un margine.
- Settembre 2026 — Solo chi sa scriverlo riesce a vedere il pericolo.
- Agosto 2026 — Anche quando lo scrive l'IA, fermarsi a controllare è compito dell'uomo.
- Luglio 2026 — Ciò che collega non è un cavo. È lo sguardo.
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