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Machikoba no Techo 11 settembre 2026

Machikoba no Techo

Nobuhide Kanagawa, Presidente

Lavorare fino al micron, e lasciare alla fine un margine.

Perché siamo così attratti dai dipinti e dai disegni? Se l’unico scopo fosse registrare fedelmente la realtà, basterebbe una fotografia. Un volto, un paesaggio, la luce: la fotografia li registra più in fretta, e con più precisione.

Eppure, al museo, ci fermiamo davanti a un solo quadro. Una linea tracciata a matita, una lieve sfumatura di colore, catturano il nostro sguardo. È una cosa curiosa.

Si racconta che Leonardo da Vinci abbia tenuto con sé la Gioconda per molti anni, continuando ad aggiungere pennellate fino alla vecchiaia. Se la perfezione fosse soltanto «dipingere una copia esatta del vero», forse l’avrebbe terminata molto prima. Ma ciò che inseguiva, probabilmente, non era la semplice esattezza.

La Gioconda sembra sorridere.
Sembra anche un po’ malinconica.
Sembra serena, e insieme inquieta.

L’impressione cambia un poco con l’età e l’esperienza di chi guarda, perfino con l’umore di quel giorno. Credo che proprio perché nel quadro non tutto è deciso fino in fondo, ci sia un posto in cui chi guarda può entrare.

■ In una piccola officina si cancella l’ambiguità

Il nostro lavoro in una piccola officina, invece, è l’esatto contrario. Nel mondo delle macchine utensili, a volte si insegue un’unità di un millesimo di millimetro: 0,001 mm, un micron. È un mondo che a occhio nudo quasi non si distingue.

Si fresa uno stampo.
Si segue un contorno con l’elettroerosione a filo.
Si osserva l’ago di un comparatore.
Si sospetta la flessione dell’utensile.
Si tiene conto perfino della deformazione termica della macchina stessa.

Quando cambia la temperatura, metallo e macchina si dilatano e si contraggono appena. Se il disegno dice 10,000 mm, ci si avvicina il più possibile a 10,000 mm. In questo mondo, l’ambiguità è il nemico. Si misura l’errore, se ne cerca la causa, si corregge e si misura di nuovo.

Il lavoro di produzione è, per così dire, «togliere via tutto ciò che è superfluo».

■ Allora basta avvicinare l’egi a un gamberetto vero?

La cosa interessante, però, è che un prodotto realizzato inseguendo tanta precisione non deve per forza essere identico al vero.

Prendiamo l’egi. È un’esca che imita un gamberetto: allora pescherà di più se lo avviciniamo il più possibile a un gamberetto vero? E un’esca che imita un pesce dovrebbe avvicinarsi il più possibile a un pesce vero? Probabilmente non è così semplice.

I nostri KensakiSP, Sutte Galleggiante in Schiuma Rigida e VivinSutte hanno tutti una forma simmetrica, come un tubo avvolto nella stoffa.

Non sembrano gamberetti.
Non sembrano nemmeno pesci.
Eppure, da molti anni, i pescatori professionisti di calamari continuano a usarli.

L’Ukipla Hybrid Hook è ancora più semplice: una sorta di bastoncino sottile avvolto nella stoffa. Non riproduce fedelmente nessun essere vivente. Eppure, nel mare, comincia ad assumere una certa «vitalità».

■ Nella produzione si cancella l’errore, nel progetto si rompe apposta l’equilibrio

È qui che il fare le cose diventa interessante. Nella produzione si cancella l’errore fino al limite. Nella progettazione, invece, a volte si rompe l’equilibrio di proposito.

Si scarica leggermente una superficie.
Si sposta appena il baricentro.
Si creano punti che ricevono l’acqua con forza e punti che la lasciano scorrere.
Si sceglie una leggera curva invece di una linea perfettamente dritta.

Una simmetria perfetta tra destra e sinistra, che traccia ogni volta esattamente la stessa traiettoria calcolata: non sempre è questo a fare l’egi migliore.

Non credo che fare le cose sia «il lavoro di rendere tutto esatto».

Fin dove costruire la precisione, e da dove affidarsi alla natura?

Decidere quel confine fa parte anch’esso della progettazione.

■ Non vendiamo il micron

Nella nostra officina inseguiamo il micron. Ma non è il micron che vendiamo ai nostri clienti.

Spingiamo la precisione per togliere il caso dal prodotto. Cancelliamo gli errori che non volevamo. E ciò che resta alla fine, lo lasciamo come intenzione del progettista.

Dove togliere.
Dove lasciare.
Che cosa decidere.
Che cosa non decidere.

È l’accumularsi di queste scelte a dare a un prodotto la sua «espressione».

■ Alla fine, ci si affida al mare

Per quanto si progetti con precisione un egi, non si può controllare tutto ciò che accade in mare.

C’è la corrente.
C’è la temperatura dell’acqua.
C’è la tensione della lenza.
C’è la persona che manovra la canna.
E, oltre tutto questo, c’è un essere vivente.

In officina spingiamo la precisione il più lontano possibile. Ma dal momento in cui esce in mare, comincia un mondo che il nostro progetto, da solo, non può decidere.

Credo che vada bene così. Anzi, è proprio grazie a quel margine che uno strumento diventa di chi lo usa.

Lo stesso egi si muove in modo diverso a seconda di chi lo usa.
Lo stesso posto cambia espressione con la corrente.
E a volte mostra movimenti che nemmeno noi, che l’abbiamo progettato, avremmo immaginato.

Penso che sia proprio lì il fascino del fare le cose.

Lo si fa fino al micron, e l’ultimo piccolo margine lo si lascia al mare.

Non decidere tutto.
Ma ciò che va deciso, deciderlo fino in fondo.
Forse il nostro lavoro, come piccola officina, è continuare a pensare a dove stia quel confine.

Ciò che cerchiamo è un posto in cui chi usa egi e sutte possa entrare.

11 settembre 2026
KeyStone Corporation
Nobuhide Kanagawa, Presidente

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